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SISTEMICA - Semplessità e complessità degli strumenti terapeutici (On Demand)

Serendipity Eventi, dopo il successo d’interesse e partecipazione dello scorso anno di SISTEMICA, che ha visto impegnati tutti i direttori didattici delle storiche scuole sistemiche presenti nel territorio siciliano e altri relatori di fama mondiale, propone la seconda edizione sul tema: SEMPLESSITA’ E COMPLESSITA’ DEGLI STRUMENTI TERAPEUTICI.

La complessità si realizza quando i sistemi sono in grado di bilanciare i due processi opposti della differenziazione (le differenze delle singole parti di un sistema) e dell’integrazione (connessione delle singole parti di un sistema), ovvero quando in una famiglia tutti i componenti sono considerati e rispettati nella loro individualità, ma allo stesso tempo, attraverso il confronto, è possibile sperimentare coesione e unità. Come sostiene MORIN è l’associare l’uno ed il diverso che si realizza la complessità.

Il concetto di semplessità si riferisce alla caratteristica che hanno messo a punto i sistemi viventi, e l’uomo in particolare, per gestire la complessità. Nel tempo gli esseri viventi hanno imparato a sviluppare soluzioni sempre più raffinate per elaborare un numero crescente di informazioni. Il concetto che propone Berhoz non è quello di rendere semplici scenari complessi, bensì quello di rendere decifrabile la complessità.  La semplessità consente, inoltre, di agire in modo rapido, efficiente ed efficace di fronte ad un problema di una realtà complessa.

La psicoterapia rappresenta uno strumento attraverso il quale superare dinamiche e difficoltà affettive, relazionali, familiari, sociali ed uscire da situazioni di stallo.
Perché un intervento terapeutico sia efficace, è importante che tenga conto della complessità del sistema e sia strutturato in modo semplesso.

L’evento sarà articolato in quattro giornate: due in modalità webinar e due in presenza e in diretta streaming.

ACCREDITAMENTO E.C.M.:
Provider 484 Alba Auxilia
ID evento: 417495 Ed. 1

Evento accreditato per le seguenti categorie: Medico Chirurgo (Neuropsichiatra infantile), Psichiatra, Psicoterapeuta)
Psicologo: Psicoterapia, Psicologia.

Crediti assegnati: 42

Segreteria Organizzativa:

Serendipity Eventi Srl

C/Da Laganeto 60 Bis – 98070 Rocca di Capri Leone (Me)

Email: eventiserendipity@gmail.com

Web: www.eventiserendipity.it

In qualsiasi momento è possibile contattarci via email all’indirizzo info@eventiserendipity.it o via telefono al numero +39 333 7612242

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Relatori ed interventi

Daniela Tortorelli

Un millepiedi in campo: il pensiero sistemico relazionale nello sport tra performance e psicoterapia

Il lavoro illustra la possibilità e la necessità di applicazione dell’epistomologia sistemica in un settore applicativo della psicologia, non prettamente clinico: la psicologia dello sport. Questo settore prevede due grandi aree di intervento, uno centrata sulla promozione della salute e una sul mental training, vale a dire sulla possibilità di ottimizzare e talvolta migliorare la prestazione con atleti e squadre agonisti. Le richieste che giungono allo psicologo dello sport tuttavia celano spesso tematiche profonde e relazionali che ne inibiscono la piena soddisfazione e risoluzione.  Talvolta emergono chiari disagi clinici, talvolta disagi non facilmente inquadrabili nosograficamente, ma che hanno una rilevanza nella performance e nel trattamento: un intervento di tipo meramente tecnico centrato sul miglioramento delle abilità mentali può non funzionare se non si tiene conto del contesto in cui la richiesta viene effettuata, della storia, delle dinamiche relazionali in cui l’atleta vive e del suo stesso funzionamento. La capacità di pensare in maniera complessa e allo stesso tempo pragmatica, come lo sport richiede, diviene una priorità sia per il lavoro del professionista, sia per il benessere dell’atleta. Il lavoro illustra teoricamente e a livello pratico le possibilità applicative del pensiero sistemico nello sport, dando strumenti per un lavoro possibile.

Camillo Loriedo

La Semplicità del Complesso. Dalle complicazioni del sistema disfunzionale alle semplificazioni terapeutiche complesse”

Il cambiamento sistemico non può essere inteso né come il cambiamento dei singoli individui, né come quello di una singola relazione, né come quello della somma di tutte le relazioni che fanno parte del sistema e, neanche, della relazione tra tutte le relazioni, ma sarà dato dall’insieme di tutti questi tipi di cambiamento 

Il cambiamento terapeutico complesso è, quindi, un cambiamento che riguarda l’intero sistema terapeutico, comprendente lo stesso terapeuta, che ne aumenta la complessità e, che grazie alla trasformazione delle qualità emergenti in qualità ristrutturanti, riesce a produrre una modificazione delle aree critiche del sistema stabile nel tempo. La complicazione, quindi, può rendere disfunzionale il sistema, mentre la complessità è in grado di creare premesse più favorevoli per risolvere la stessa disfunzionalità in maniera stabile. Possiamo dire che il modo migliore “per comprendere, esplicare, rendere semplice e risolvibile una situazione particolarmente complicata, consiste nel ricorrere ad una spiegazione complessa” (Loriedo, 2015, p.11). 

Le relazioni disfunzionali della famiglia, i comportamenti sintomatici dei suoi componenti, e le stesse qualità emergenti con le altre derivate dalla complessità che nascono dalla costituzione del sistema terapeutico, vengono inizialmente vissuti dalla famiglia e dallo stesso terapeuta in termini di complicazioni, ovvero  condizioni inestricabili, aggrovigliate e ripiegate su se stesse contro le quali si infrangono i primi tentativi di voler trovare un senso e una soluzione senza riuscire ancora a trarre vantaggio dalla struttura complessa del sistema (Fase della Complicazione).

Quando il sistema viene esaminato nel suo insieme dal punto di osservazione della sua natura complessa, le complicazioni del sistema diventano accessibili agli interventi di riorganizzazione. Le derivate della complessità, quali l’incertezza, la compatibilità dei punti di vista, le qualità emergenti e gli isomorfismi che appaiono inizialmente come ostacoli e complicazioni, riescono ad offrire chiavi di lettura che possono rendere comprensibili e risolvibili le stesse complicazioni che la costituzione del sistema terapeutico ha messo in evidenza (Fase della Complessità). 

A questo punto diviene essenziale un aspetto della complessità ancora non sufficientemente indagato: la semplicità. Può sembrare un paradosso, ma la semplicità è la migliore delle qualità che derivano dalla complessità: infatti semplice non è affatto l’opposto di complesso, ma è l’opposto di complicato. Si deve quindi concepire e utilizzare, la complessità come ponte verso la semplicità: in tal modo molte situazioni complicate o addirittura disorganizzate e caotiche potranno dimostrarsi risolvibili (Fase della Semplificazione). 

In accordo con Henri Atlan (1979), possiamo dire che la complessità è una complicazione organizzata. L’autore algerino ha per primo sostenuto il Principio di complessità dal rumore (complexity from noise), in base al quale i sistemi viventi sono dotati per loro stessa natura di capacità auto-organizzative e sono quindi in grado di costruire la loro complessità anche a partire di una condizione di disorganizzazione e caos.Utilizzando il rumore stesso, la progressiva distruzione di un’adeguata quantità di ridondanza iniziale, produce un incremento della varietà e, di conseguenza, della complessità. Il Cambiamento Terapeutico Complesso è in grado di rendere organizzata la disfunzionalità del sistema riducendone la ridondanza, e ampliandone le capacità di risposta alle condizioni che avevano inizialmente prodotto disagio (Fase della Riorganizzazione). 

Quindi il cambiamento terapeutico complesso segue la linea dei processi auto-organizzativi dei sistemi viventi, producendo, a partire dalle intricate complicazioni delle famiglie e degli altri sistemi disfunzionali, soluzioni semplificative ed essenziali. 

In sintesi, possiamo dire che il processo terapeutico complesso, si fonda sulla utilizzazione delle qualità emergenti, degli isomorfismi e delle altre derivate complesse che emergono dall’incontro tra terapeuti e famiglia fino alla loro trasformazione in qualità ristrutturanti. Tale trasformazione si ottiene, in primo luogo, tramite il passaggio da una visione complicata a una visione complessa e, quindi, attraverso interventi terapeutici semplificativi, che sono in grado di indurre sia il cambiamento del sintomo che quello delle complesse relazioni interne al sistema.

Valeria Ugazio

Semantiche familiari e registri sentimentali

Cosa produce l’incanto di coppia e l’inevitabile disincanto? Come mai ci innamoriamo di un certo tipo di persone? Perché è così difficile mantenere la sintonia di coppia? Come mai nelle coppie sono così frequenti gli episodi enigmatici in cui i partner non riescono a capirsi? Ma è poi sempre un vantaggio per le coppie capirsi?   

La relazione proporrà delle risposte a questi interrogativi centrali per la vita di coppia e per i terapeuti impegnati ad aiutare le coppie a superare i problemi che le travagliano. Le ipotesi che saranno avanzate e discusse faranno leva  sui processi di costruzione del significato e sulle emozioni che li alimentano, al centro della teoria delle polarità semantiche familiari di cui Valeria Ugazio è autrice (Ugazio, 1998, 2012, 2018).

Formare una coppia significa rinegoziare i propri significati personali con il partner. La vita di coppia nasce dall’incontro di due mondi di significato diversi, risultato di risultato di precedenti appartenenze, che devono trovare una qualche composizione, altrimenti la coppia avrà una breve durata.

La famiglia di origine ci fornisce un’educazione sentimentale non soltanto proponendoci modelli di relazione coppia, modi di essere donna e uomo, ma anche attraverso la semantica e le connesse emozioni che dominano la conversazione quotidiana in quella famiglia. Semantiche diverse alimentano registri amorosi peculiari che contribuiscono in modo determinante a creare attrazione, incanto, ma anche disincanto,   delusione e sconforto nella coppia.

La relazione si centrerà su quattro registri amorosi, tipici della semantica della libertà, del potere, della bontà e dell’appartenenza, alimentati da emozioni del tutto diverse e generatori di aspettative molto differenti nei confronti della vita di coppia e sugli specifici episodi enigmatici e conflitti che il loro incontro genera.

 

Juan Luis Linares

L’amore complesso come nutrizione relazionale: un elemento di riflessione nella comprensione della psicopatologia e una guida per l’intervento.

L’amore non è soltanto un fenomeno emozionale (tenerezza, accettazione), ma anche cognitivo (riconoscimento, valorizzazione) e pragmatico (protezione, normatività). Il blocco di una qualsiasi di queste componenti genera dinamiche relazionali disfunzionali che sono alla base dei diversi disturbi psicopatologici. L’intervento terapeutico, secondo i principi dell’”intelligenza terapeutica”, considererà tanto le risorse del terapeuta come la specificità della patologia che bisogna confrontare.

Rossella Aurilio

Naufraghi di una liquida realtà: ancoraggi terapeutici.

 L’intervento propone una riflessione sui progressivi cambiamenti dei nostri stili di vita e dell’intera organizzazione sociale, negli ultimi venti anni. Comportamenti che abbiamo ereditato dal passato e consolidati nell’epoca precedente a quella che i sociologi chiamano “modernizzazione”, appaiono oggi del tutto inadeguati. Obiettivi che fino a ieri classificavamo come indiscusse priorità, sono rapidamente diventati marginali e privi di credibilità. Attraversiamo un disorientamento e non sapendo in quale direzione dovrebbero convergere le nostre energie, sperimentiamo quotidianamente nuovi modi di agire. 
Quanto questo processo già in essere negli ultimi vent’anni ha avuto una accelerazione con la vicenda pandemica? 
Quanto entrambe queste condizioni hanno influenzato il modo di percepire e vivere la sofferenza psichica? 
È certo che dall’attenuarsi della pandemia, fino ai nostri giorni, gli psicoterapeuti hanno affrontato l’aumento esponenziale delle richieste di cura e un aggravarsi delle situazioni familiari già attenzionate. 
Il seminario propone all’uditorio, attraverso l’analisi e la ricostruzione di due processi terapeutici, un lavoro interattivo per individuare, se esiste, in questo preciso momento storico, un disagio di base comune nelle diverse psicopatologie e per confrontarsi sulla necessità di ripensare per la psicoterapia nuove direzioni, funzioni, metodi e obiettivi. 

Stefano Cirillo

La tecnica dell’allargamento dei familiari significativi nelle terapie individuali.

 In una terapia individuale il rischio che il terapeuta sposi in modo acritico la visione del paziente è dietro l’angolo. Alfredo Canevaro ha introdotto la tecnica di invitare un membro rilevante del sistema del paziente per allargare lo sguardo.Nella conferenza vedremo come utilizzare questa tecnica con il partner, un genitore, un fratello/sorella, con l’aiuto di casi illustrativi.

Laura Fruggeri

Le competenze psicoterapeutiche tra specificità e trasversalità

La ricerca ha documentato che i terapeuti più efficaci sono quelli che sono in grado di creare una buona alleanza con i loro clienti; sono flessibili, aperti, rispettosi e interessati ai loro clienti; non impongono le loro convinzioni su di loro, ma ascoltano ciò che i clienti portano in terapia; sono sicuri di sé, ma in grado di mettersi in discussione; monitorano il cambiamento dei loro clienti all’interno di un dialogo collaborativo; sono consapevoli dei loro processi interni e delle loro emozioni, non lasciano che questi interferiscano inconsciamente con il processo terapeutico e sono in grado di usarli deliberatamente per scopi clinici. Questi modi di essere e di agire sono posture relazionali ed epistemologiche che riguardano il come, non il cosa, del lavoro dello psicoterapeuta. Evocano capacità di secondo livello che riguardano la costruzione e il monitoraggio del processo terapeutico.

 A partire da un’impostazione sistemico costruzionista, il seminario darà spessore teorico e applicativo ai dati di ricerca offerti dalla letteratura sui fattori comuni evidenziando una serie di competenze, alcune trasversali ai modelli, altre specifiche dell’approccio sistemico, che possano aiutare il clinico nella gestione del processo terapeutico: competenza tecnica, relazionale, epistemologica e multiprocessuale.  Sono previsti esercizi su casi clinici.

Sonia Di Caro

Il controtransfert e la risonanza come strumenti del terapeuta: le differenze e il loro possibile utilizzo in terapia relazionale.

È possibile oggi parlare di transfert e controtransfert anche al di fuori dell’esclusivo orientamento psicoanalitico facendoli diventare costrutti appartenenti anche alla terapia relazionale e infine alla psicoterapia tutta?
E quali sono le differenze con il concetto di risonanza, la cui parola, in letteratura sistemica, viene utilizzata spesso in modo quasi omologo al fine di descrivere le emozioni del terapeuta di fronte ad un paziente o ad una famiglia o come reazione ad un argomento o ad «un modo» con cui il paziente esprime uno stato d’animo, un sintomo o un ricordo?
Tali strumenti che tipo di informazione forniscono al terapeuta e come possono essere utilizzati nel lavoro clinico con gli individui e le famiglie?
La relatrice proverà a fare chiarezza su alcuni di questi quesiti discutendo circa il possibile utilizzo del controtransfert e delle risonanze del terapeuta in stanza di terapia. A tal fine farà riferimento ad alcuni casi clinici in cui l’utilizzo di tali strumenti ha consentito una migliore gestione della relazione terapeutica e ha permesso di formulare ipotesi diagnostiche, programmare interventi clinici o uscire da impasse terapeutiche.

Alessandra Salerno 
Floriana Sarrica

La supervisione clinica nella formazione e nella psicoterapia sistemico-relazionale.

La supervisione in psicoterapia sistemico-relazionale costituisce indiscutibilmente una parte centrale e indispensabile sia della formazione che della pratica clinica.
Relativamente alla supervisione diretta, uno dei presupposti fondamentali del nostro modello afferma che l’osservazione delle interazioni in atto rappresenta un cardine dell’apprendimento tanto quanto l’ascolto partecipe. Come afferma Maurizio Andolfi (2021) l’osservazione sistemica non si limita soltanto agli scambi verbali, ma include il linguaggio del corpo, degli sguardi, del movimento e della paralinguistica. Nella pratica della supervisione diretta, tutto ciò è reso possibile dalla presenza dello specchio unidirezionale, elemento chiave la cui introduzione è stata definita da Lynn Hoffman (1981) “la vera rivoluzione delle terapie sistemiche”; lo specchio unidirezionale, accompagnato dall’uso del citofono, rappresenta dunque uno strumento prezioso ed unico sia per la formazione del futuro terapeuta sia per la pratica clinica di ogni équipe ad orientamento sistemico.
Di non minore importanza è la supervisione indiretta, che, a nostro avviso, dovrebbe accompagnare il terapeuta sistemico per tutto l’arco della sua vita professionale e non limitarsi solo alla fase della formazione; ancor prima del lavoro sul caso clinico portato in supervisione, compito principale del supervisore, o del covisore, è quello di facilitare l’acquisizione di un equilibrio tra il “sé personale e il sé professionale” utilizzando sempre una lente multigenerazionale attraverso la quale osservare le relazioni e le disfunzioni familiari sostenendo ed esortando la ricerca di risorse individuali, familiari e sociali indispensabili per affrontare quella specifica problematica.
Nel nostro intervento descriveremo l’uso della supervisione clinica come dispositivo utile al fine di superare le difficoltà del terapeuta, comprendere la sua connessione con le rotture emozionali dei pazienti e, contemporaneamente, consolidare il supervisore interno del terapeuta stesso.

Paolo Bertrando/Claudia Lini

Situarsi: posizionamento ed emozioni in terapia sistemica

La posizione reciproca di terapeuti e pazienti è da sempre oggetto di attenzione nella terapia sistemica. Altri modelli terapeutici danno invece maggiore centralità alla consapevolezza emotiva. Questo intervento propone un’integrazione tra i due concetti. Abbiamo definito tale integrazione “situarsi”, che significa essere contemporaneamente consapevole della propria posizione nei sistemi e nei contesti, e i sentimenti che la accompagnano. In questi anni, per esempio, è necessario – a terapeuti e pazienti – situarsi rispetto al proprio genere, alla propria età e alle condizioni socioeconomiche in cui operano. Riteniamo che, attraverso la lente del situarsi, il terapeuta possa acquisire una migliore comprensione dei dilemmi e delle difficoltà nella vita relazionale dei pazienti, oltre ad avere a disposizione un utile strumento per orientare la propria attività clinica.

Pier Francesco Sannasardo
Chiara La Barbera

Proteggere e ascoltare i bambini. Riflessioni di clinica sistemica nella cultura adultocentrica 

Nel lavoro con bambini vittime di abuso e maltrattamento, la visione adultocentrica che ispira la riforma Cartabia, impone un’approfondita riflessione epistemologica e clinica che tenga conto dell’inevitabile connessione tra aspetti giuridici e procedure d’intervento.

Nell’esperienza clinica del Centro Siciliano di terapia della famiglia l’incontro con gli aspetti traumatici connessi all’abuso e al maltrattamento all’infanzia, attiva l’utilizzo di lenti e procedure ispirate a diversi costrutti della mente.

Il lavoro individuale con il bambino sugli aspetti traumatici, la visione sistemica e la co-costruzione di ipotesi trigenerazionali, la teoria dell’attaccamento, il costrutto della mentalizzazione possono permettere di comprendere l’origine della semantica della violenza, gli aspetti connessi alla riparazione del trauma nel bambino e la recuperabilità genitoriale, sia con il genitore protettivo che con quello maltrattante.

Verrà sottolineata la risonanza emotiva nel terapeuta che incontra il maltrattamento all’infanzia e i rischi connessi alla postura protettiva del clinico attento a far coesistere la cura del danno con la valorizzazione delle risorse dei sistemi.

Carmelo Panebianco/Paola Siracusano

La self-disclosure come soluzione semplessa del terapeuta:

 “Vi cuntu un cuntu….”

La self-disclosure è uno strumento che permette, se usato in modo adeguato, di avviare in modo efficace possibili processi di cambiamento.

Rappresenta una possibile soluzione semplessa che consente di agire in modo rapido, efficiente ed efficace di fronte ad un problema di una realtà complessa.

La self-disclosure va utilizzata:
Quando si è stabilito una alleanza terapeutica o per intensificarla

  • Quando il racconto è congruo con il processo terapeutico e al messaggio che si vuole passare al paziente
  • Per una più adeguata distribuzione del potere
  • Per favorire la spontaneità e l’autenticità del terapeuta
  • Per favorire la focalizzazione ed il processo di cambiamento
  • Consente di creare una condizione di alta ricettività dove i messaggi sottesi passano con maggiore efficacia.

Saranno presentati alcuni interventi di self-disclosure utilizzati dai relatori durante il proprio lavoro. Indicando in quali situazioni e per quali difficoltà vengono utilizzati.

Giuseppe Ruggiero

Prima la musica poi le parole La dimensione estetica in psicoterapia

Il modello sistemico, nelle sue differenti articolazioni teoriche e cliniche, ha sempre stimolato il dialogo con costrutti e metodi provenienti da altri approcci, mantenendosi coerente con la sua radice epistemologica, ispirata al pensiero della complessità.
L’idea della terapia familiare come unico contenitore clinico ad orientamento sistemico è stata ampiamente superata da una concezione più flessibile del setting, nelle sue principali configurazioni, individuale, di coppia, familiare, e nelle loro differenti possibilità di integrazione.
La Scuola napoletana ha raccolto l’eredità dei pionieri della terapia familiare, in particolare Bowen, Minuchin e Withaker, consolidando lo studio dell’individuo in una prospettiva trigenerazionale, ma aprendosi anche ad un confronto fertile con gli studi sviluppati nell’ambito dell’Infant Research (Stern, Beebe e Lachman, Sander) e delle neuroscienze affettive e relazionali (Siegel, Panksepp, Holmes).
In particolare, la dimensione estetica, intesa come attenzione ai linguaggi impliciti della relazione terapeutica, è diventata il nucleo centrale del nostro modello clinico, che oggi definiamo simbolico, relazionale e intersoggettivo.

Durante il Webinar, attraverso la presentazione di alcune storie cliniche, saranno illustrati i passaggi più significativi del nostro modello, dalla visione sistemica alla svolta relazionale e a quella estetica. In particolare, verranno dibattuti alcuni costrutti fondamentali, come l’intelligenza terapeutica, l’improvvisazione, le forme vitali, la natura musicale e ritmica dell’incontro clinico.

Parleremo infine dell’importanza di proporre durante i percorsi formativi moduli specifici in cui il terapeuta possa mettersi in gioco con le sue emozioni e il suo stile relazionale, affinando la propria sensibilità estetica, attraverso l’uso di linguaggi propri delle discipline artistiche: la letteratura, la poesia, la musica, la pittura, la danza.
In quest’ottica il cambiamento in psicoterapia diventa il frutto di un lungo lavoro congiunto per trasformare la narrazione del dolore del paziente e della famiglia in una forma poetica che ne esalti gli aspetti creativi di bellezza e vitalità.

Rita D'Angelo/Silvia spanò

La presa in carico del “lupo cattivo”: la relazione d’aiuto e le tecniche specifiche nella cura degli uomini autori di violenza domestica”

Il tema proposto va dall’inquadramento del maltrattamento alle modalità di presa in carico e di intervento verso gli uomini maltrattanti e autori di reato di violenza domestica. La complessità delle variabili in gioco tiene conto di un insieme di fattori di rischio: intrapsichici, relazionali, sociali e culturali all’interno dei quali ciascuno uomo sviluppa risorse o carenze.  E’ il punto di vista clinico che il nostro intervento evidenzia, là dove si rende necessario strutturare forme di trattamento a favore dell’uomo autore del maltrattamento e della violenza nell’ottica di un’assunzione di responsabilità relativa ai comportamenti abusivi agiti. La cassetta degli attrezzi di chi si occupa di tali interventi deve contenere molti strumenti che si differenziano nella loro applicazione e utilizzo, a seconda della fase in cui si effettua la richiesta di aiuto, in un contesto non giudicante: analizzeremo, pertanto, attraverso le storie le criticità del colloquio clinico sottolineando che, in qualsiasi caso, l’ascolto riflessivo viene affiancato dalle tecniche in un intervento che fa della relazione il primo alleato nel lavoro con gli uomini maltrattanti. 

Maurizio Andolfi

Dare voce alle famiglie per valutare i risultati della terapia

Da oltre 20 anni presso l’Accademia di Psicoterapia della famiglia esiste un Polo clinico d’eccellenza che ha sviluppato un modello di valutazione a distanza dei risultati delle terapie familiari e di coppia in cui  le famiglie  hanno un ruolo attivo nel descrivere l’efficacia della terapia e le trasformazioni nelle loro relazioni familiari.
In  questo modello di valutazione,  l’evidenza dei risultati viene fornita da chi  ha partecipato in prima persona alla terapia e si discosta dai limiti e dettami del modello medico-psichiatrico  sia a livello diagnostico  che in quello della valutazione dei risultati ( medicine evidence based). Più di venti anni fa è stato pubblicato da Cortina  La Terapia Narrata Dalle famiglie ( Andolfi. Angelo, D’Atena, 2001.),  un libro  frutto di 13 anni di ricerca sulla valutazione a distanza di terapie familiari e di coppia. Questa ricerca è diventata la base fondante del  metodo di insegnamento della terapia familiare nella formazione degli psicologi della  scuola di specializzazione e del  modello d’intervento multigenerazionale dei  Servizi Clinici  dell’ Accademia.
Nel 2017,  i nostri criteri di valutazione sono stati aggiornati e  descritti nel libro Multi-Generational Family Therapy. In sostanza abbiamo adottato come   parametri fondamentali su cui valutare la terapia

1) la guarigione/miglioramento dei disturbi individuali per cui era stato richiesto l’intervento e 2) la trasformazione delle relazioni familiari nel tempo. Dal momento che non riteniamo  sufficiente  la scomparsa dei sintomi individuali  abbiamo sperimentato che, per valutare i cambiamenti nella famiglia,  il follow up richieda tempi abbastanza lunghi  dalla fine degli incontri terapeutici ( uno o due anni almeno).

Riguardo al tempo abbiamo distinto le terapie in tre categorie:

 terapie “non iniziate” riferendoci a drop out precoci ( da uno a tre incontri),  terapie interrotte  bruscamente( dopo 6/8 mesi di incontri regolari) e terapie concluse in modo soddisfacente. Andolfi nel corso della sua presentazione descriverà più in dettaglio i risultati della  ricerca clinica della sua scuola. in particolare illustrerà quanto le informazioni ricevute dalle famiglie che hanno interrotto bruscamente la terapia ci abbiano insegnato  in relazione agli errori e alle impasse del terapeuta.

Gianmarco Manfrida

La Fragilità della realtà e potenza della narrativa: una esperienza di laboratorio per costruire storie terapeutiche.

Questa presentazione, facendo riferimento a un modello relazionale sistemico, un punto di vista costruzionista sociale e un approccio narrativo, si propone  di illustrare i caratteri che deve avere una storia sviluppata in terapia  per essere efficace nel senso di promuovere un cambiamento negli individui, nelle coppie e nelle famiglie.

Partendo da un approccio sociologico alla costruzione di una realtà condivisa, verrà affrontato il problema di far emergere una storia alternativa a quella “banale” presentata al terapeuta, di sostenerla in modo persuasivo sul piano logico ed emotivo, di esaltarne il valore estetico.

Verranno fatti riferimenti a tecniche persuasive pubblicitarie, ad esperimenti di psicologia sociale, a teorie di estetica letteraria.

Durante il seminario sarà fatto  uso di filmati  e di altri mezzi didattici, dalle slides ad un  esercizio con il pubblico, per  coinvolgerlo in una esperienza di piacevole apprendimento.

Ilaria Pazzaglia

l corpo parla per me (sotto MIA dettatura!): spunti teorici ed esperienze cliniche sull’utilizzo dei tatuaggi in psicoterapia

A differenza del disturbo psicosomatico, in cui il corpo dà voce a qualcosa di non detto che spesso non è consapevole e che si tenta più o meno di tenere “coperto”, il tatuaggio è qualcosa che il corpo comunica all’altro sotto propria dettatura.  
Il presente lavoro propone una lettura dei tatuaggi come mezzi di comunicazione narrativa, stimola una riflessione sulle loro funzioni e ne offre un’interpretazione in ottica sistemico-relazionale.  
Con l’obiettivo di rendere decifrabile la complessità dell’immagine tatuata e il significato che racchiude, verrà mostrato come il terapeuta può utilizzare i tatuaggi in seduta, anche attraverso l’illustrazione di alcuni casi clinici.  

Erica Eisenberg

La straordinaria varietà dei messaggi online ed il loro valore nella relazione terapeutica.

I messaggi scambiati tra pazienti e terapeuti sono ormai una parte riconosciuta della terapia. Rispondono ad esigenze di comunicazione rapida e diretta che va oltre il significato di contenuto del testo ed implica aspetti di relazione, desumibili sia dai toni di voce sia dalla scelta dei termini impiegati e dall’uso della punteggiatura. In realtà, sia i vocali che gli scritti estendono la relazione terapeutica al di là dei limiti dello spazio e del tempo della seduta, avvicinando concretamente vita e terapia. Assistiamo quotidianamente ad un moltiplicarsi di forme comunicative, che, partite dagli SMS, includono adesso anche messaggi corredati da foto ed Emoji o addirittura vocali. Quali i motivi di queste scelte per pazienti e terapeuti? Come gestire nel modo migliore e più produttivo la grande risorsa terapeutica rappresentata dai messaggi? Questo intervento presenterà riflessioni teoriche ed esempi clinici, mantenendo aperto lo spazio per il confronto e la discussione.

Dario Merlino

Il terapeuta come “ancora”

La metodologia della Resistenza Non Violenta (NVR), elaborata da Haim Omer, psicoterapeuta israeliano,rappresenta una proposta terapeutica per tutti i genitori che devono affrontare gravi comportamenti disfunzionali dei loro figli. Violenza, aggressività, ansia, abuso digitale, ritiro sociale vengono fronteggiati con l’ausilio di strumenti concreti per contenere e stabilizzare i comportamenti problematici dei figli che perlopiù rifiutano (o non traggono benefici) il loro coinvolgimento diretto in un percorso terapeutico sia esso familiare o individuale. La metodologia NVR aiuta i genitori a ridurre comportamenti controproducenti e a rompere il legame disfunzionale opprimente che tiene loro e il figlio incatenati l’uno all’altro, fattori che favoriscono insorgenza, gravità e cronicizzazione delle problematiche presentate dal figlio. Al di là delle specifiche tecniche il modello si pone l’obiettivo di aiutare i genitori a diventare “ancore”.  Come afferma Haim Omer “Un porto sicuro non si limita a un atteggiamento avvolgente, accettante e incoraggiante. Il porto è sicuro solo se la nave è ancorata. L’ancoraggio dei genitori stabilizza e protegge il bambino in via di sviluppo dall’essere trascinato via dalle correnti, tentato dal canto delle sirene o danneggiato dagli impulsi interiori. Senza un’àncora, non esiste un attaccamento sicuro”.

Il simbolo dell’ancora rappresenta in modo appropriato i vari elementi che il modello NVR mette alla base del buon funzionamento genitoriale. L’ancora è sempre presente nelle profondità, anche se in un dato momento il bambino potrebbe non esserne direttamente consapevole. L’ancora è anche un buon simbolo dell’autocontrollo. Le punte dell’ancora simboleggiano la rete di supporto, un’ancora con una sola punta sarebbe molto meno in grado di trattenere una nave alla deriva. L’ancora è anche un buon simbolo di persistenza, poiché l’ancora rimane attaccata per tutto il tempo necessario. Ma forse più di ogni altra cosa, l’ancora è un simbolo di unione, fornisce un legame relazionale sicuro tra genitore e figlio. Per questo motivo, il concetto di funzione di ancoraggio genitoriale rappresenta un’integrazione alla teoria dell’attaccamento.

Un terapeuta che lavora per promuovere “processi di ancoraggio” deve esso stesso essere capace di realizzare questa funzione nella relazione con i propri pazienti: profondità, presenza, autocontrollo, integrazione possono costituire quindi alcuni punti di riferimento per riflettere sul nostro stile terapeutico, in particolare nei momenti contrassegnati da importanti difficoltà nella relazione con i pazienti.

Marina Brinchi

Segreti di famiglia: la loro trasmissione attraverso le generazioni

In alcune famiglie – o dovremmo dire in tutte? – parlare di un trauma nonostante questo sia parte fondamentale della storia famigliare da più generazioni può rappresentare un tabù. Letteratura e filmografia hanno tratto spunto in tutte le epoche e a tutte le latitudini da queste vicissitudini.
Anche nella clinica, sono ben conosciute le conseguenze di tacere l’evento traumatico che si tratti di un segreto, di un non detto o di una bugia trasformata in realtà e qualunque sia la ragione che ha determinato la scelta da parte del nucleo famigliare.
Tutti gli approcci trattano il segreto familiare. A noi, in questo contesto, interessa mostrare come la terapia familiare può dare ai membri di una famiglia bloccata dal segreto l’opportunità di trasformare il sintomo in comunicazione, di affrontare la sofferenza familiare ad esso collegata e di superare la trasmissione psichica di un’eredità emotiva traumatica.

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